Insegnaci a pregare (Lc 11,1)

Insegnaci a pregare (Lc 11,1). La funzione edificante e storico-salvifica della preghiera nell’opera lucana

Autore: Barbi Augusto
Cittadella, Assisi 2023, pp. 326

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Augusto Barbi, presbitero veronese e riconosciuto esperto dell’opera lucana, in particolare degli Atti degli Apostoli, mette a disposizione il frutto della sua ricerca su uno dei temi più affascinanti dei due tomi del terzo evangelista, ovverosia la preghiera. Luca è detto «l’evangelista della preghiera»: non mancano dunque articoli e studi sul soggetto, ma la monografia di Barbi ha una serie di caratteristiche che la rendono unica e – ritengo – ormai imprescindibile per affrontare il tema. Il biblista veronese, infatti, unisce mirabilmente ad un’attenta e scrupolosa analisi esegetica dei testi del Vangelo e degli Atti, una solida capacità di far emergere la teologia del dittico a proposito della preghiera.

Conviene partire dall’ultimo capitolo, il decimo, nel quale Barbi sintetizza il suo itinerario. Egli anzitutto ricorda la prospettiva di uno studio che fece epoca, quello di L. Monloubou (La prièr selon saint Luc, Cerf, Paris 1976), interamente centrato sulle diverse forme di preghiera. Una simile lettura «non esaurisce l’importanza del tema lucano della preghiera, ma soprattutto non arriva a cogliere la tipicità del pensiero lucano a riguardo di questo motivo» (284). La terminologia più comune della preghiera, infatti, non segnala alcuna particolare modalità di rivolgersi a Dio. Frequentemente, invece, la preghiera ha il tono della richiesta e della supplica, della benedizione e della lode, dell’intercessione e dell’affidamento, all’interno della tradizione cultuale d’Israele. Nell’insegnamento sulla preghiera Gesù insiste sulla certezza dell’esaudimento divino, ponendo dunque l’accento sull’atteggiamento fiducioso nei confronti di Colui che ascolta la supplica insistente. Anche sul rapporto fra la preghiera o lo Spirito santo Barbi insiste: «il Padre certamente risponderà con il dono dello Spirito ai discepoli che lo chiedono» (292).

Nel primo capitolo l’esegeta dà conto delle varie aree semantiche della preghiera: termini che esprimono l’idea generale della preghiera, termini che rimandano alla domanda/invocazione, termini nell’aerea della lode-ringraziamento, termini che rimandano all’affidamento a Dio, termini afferenti al culto. Una simile disamina è essenziale e imprescindibile per uno studio biblico, ma Barbi ne avverte subito l’insufficienza. Precisa dunque la sua prospettiva euristica: «i riferimenti alla preghiera [sono] profondamente intrecciati con la “storia della salvezza” che costituisce il tema dominante dell’opera lucana» (25); e aggiunge: «la preghiera è lo strumento con cui Dio rivela e guida il suo disegno di salvezza e con il quale sollecita i protagonisti alla sua accoglienza e realizzazione» (26). Questa ipotesi sì rivela essere molto feconda, in quanto i grandi momenti che caratterizzano la narrazione lucana – nel Vangelo come negli Atti – sono caratterizzati dalla preghiera. «Alle origini della storia narrata da Luca, c’è dunque un Israele orante, la cui preghiera si muove sul crinale tra fiduciosa attesa della promessa e benedicente riconoscimento del suo compimento. Al cuore di essa c’è la certezza della fedeltà di Dio che guida infallibilmente la storia della salvezza e assicura la sua continuità nell’estensione da Israele ai pagani» (295). Nel tempo del ministero galilaico la preghiera segna gli eventi più significativi e «durante la preghiera solitaria […] a Gesù si svela ed egli accetta la prospettiva di sofferenza che lo attende in conformità al volere divino» (295). Anche nell’itinerario narrativo degli Atti, ovverosia nella corsa della Parola da Gerusalemme sino agli estremi confini della terra, la preghiera svolge un ruolo importante in quello sviluppo della storia della salvezza che si estende ai gentili. Sicché «non c’è nessuna sezione narrativa che non verifichi una presenza, più o meno accentuata, del motivo della preghiera» (299); inoltre «il motivo della preghiera è strettamente intrecciato con la storia della salvezza, guidata da Dio. […] Dio svela il suo disegno o attua il suo intervento salvifico e, con la sua potenza, rende possibile agli oranti il riconoscimento della sua iniziativa e l’attuazione del suo piano» (299).

Barbi sottolinea pure altre due caratteristiche della preghiera nell’opera lucana, il cui progetto è sostanzialmente storiografico: da una parte il motivo della preghiera ha un carattere edificante, d’altra parte per mezzo della preghiera v’è una legittimazione divina dell’identità ecclesiale. Se il carattere edificante emerge per mezzo della modelizzazione della preghiera dei discepoli su quella di Gesù, l’orazione, soprattutto negli Atti, diventa il «luogo di certificazione divina dello sviluppo del cristianesimo da Israele all’universalità delle nazioni» (306).

Se questo è il solido impianto teologico del saggio, Barbi mostra la sua perizia esegetica nell’analisi dei testi disposti secondo le tappe della storia della salvezza nell’opera lucana: racconto dell’infanzia (Le 1-2), ministero di Gesù (Le 3-24), Chiesa di Gerusalemme (At 1-7), cammino verso i gentili (At 8-12), missione paolina (At 13-19), passio Pauli (At 20-28). Dal punto di vista metodologico, l’esegeta non disdegna di notare alcuni elementi narrativi, ma la sua analisi non si pone nel solco del narrative criticism, è piuttosto la sottile attenzione al contesto, la valorizzazione della sintagmatica e della filologia e soprattutto l’uso sapiente della concordanza che gli permettono di scavare in profondità nel testo, facendone emergere il senso teologico. Basti qualche esempio.

A proposito dell’annotazione «ma egli [Gesù] si ritirava in luoghi deserti e pregava» (Le 5,16), Barbi nota che «una doppia perifrastica all’imperfetto […] segnala, non azioni continuative, ma reiterate» (54), sicché il ritirarsi e il pregare sono presentati come un’abitudine regolare. Ma, annota l’esegeta veronese, «sostenere semplicemente che Luca intende mostrare Gesù come “l’orante” è risposta troppo generica» (55); e aggiunge: «è il contesto che può rivelare qualcosa di più sul senso di questo ripetuto ritirarsi in preghiera» (55). L’analisi poi del contesto dell’inizio del ministero evidenzia come la costruzione narrativa abbia il suo apice nella generalizzata aspettativa di ascolto e di guarigione da parte delle folle (Le 5,1). «In questo clima di relativo culmine della missione […] prende senso l’annotazione […]. Quest’abitudine rimarcata mette in luce che è nella reiterata comunione con Dio, attraverso la preghiera, che il Gesù lucano riscopre l’origine e l’approvazione divina del suo potente ministero tra il popolo» (56). Nel mostrare il tema della preghiera negli Atti, Barbi dà il meglio di sé, mostrando non solo di conoscere molto sottilmente il testo nella sua complessità, ma restituendo quell’impianto teologico storico­salvifico che trova nella preghiera un suo cardine. A proposito dell’invio di Pietro e Giovanni in Samaria, allorché «pregarono per loro [i Samaritani] perché ricevessero lo Spirito santo» (At 8, 15), Barbi ricorda che la Samaria era menzionata dal Risorto nel testo programmatico (At 1,8), sicché l’evangelizzazione della Samaria costituisce «la raccolta del popolo di Dio escatologico dall’Israele eterodosso e marginale, così che con l’arrivo degli scismatici Samaritani si può ritenere compiuta la restaurazione d’Israele, prima che esso si apra all’accoglienza dei pagani» (182). In questo contesto l’incorporazione dei Samaritani non è un atto degli apostoli; la loro preghiera è la richiesta del dono dello Spirito, «come segno della loro piena integrazione nell’escatologico popolo di Dio» (183). Ed è proprio nella preghiera che i due apostoli designano Dio come colui che ha potere di agire in favore dei Samaritani, manifestando la sua volontà salvifica nei loro confronti.

Insomma, il saggio è davvero esemplare per ricchezza di contenuti, come pure per il rigoroso metodo di analisi utilizzato e per l’ampio orizzonte teologico che apre. In questo modo Barbi evita un doppio rischio: quello di analisi filologiche complesse che però non giungono ad una comprensione teologica del testo e quello di imporre al testo una camicia di forza, riducendolo ad una cava di dicta probantia. Ciò non toglie che vi possano essere punti di vista differenti. In particolare, una scelta rimane a nostro avviso discutibile. Barbi sceglie di presentare nel terzo capitolo “Gesù, l’orante per eccellenza”, prendendo in considerazione i passi dove si parla della sua preghiera (Lc 3,21; 5,16; 6,12; 9,18.28-29; 10,21-22; 11,1-2; 22,32.42-44; 23,34.46) e nel quarto capitolo “Gesù modello e maestro di preghiera”, analizzando l’esortazione alla preghiera (Lc 6,28; 10,2; 11,1-13; 18,1-8; 21,36; 22,40.46). L’esegeta giustifica questa scelta affermando: «La formazione dei discepoli alla preghiera si affaccia gradatamente nel racconto solo dopo che è stata presentata la crescente abitudine di Gesù a ritirarsi in preghiera» (98). Se questa divisione è utile per l’analisi, in realtà i due aspetti nella narrazione sono intrecciati. Avremmo preferito che l’ordine del racconto fosse rispettato, in nome del noto principio (narrativo) che l’ordine di un testo crea il suo significato, sicché la linearità del medium linguistico determina anche il processo di concretizzazione attraverso il quale un testo viene ricevuto. Alla linearità del processo di lettura corrisponde la progressiva ermeneutica del lettore che accumula un elemento dopo l’altro e aggiusta, riaggiusta, scoprendo il mondo che il testo gli dispiega. Una seconda nota critica riguarda l’esegesi della versione lucana del Pater. Avremmo preferito un maggiore approfondimento della specificità della redazione lucana, un po’ come abbiamo tentato di fare nel nostro commento (Padre nostro, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2020, 85- 120). Ancora: perché parlare di «pagani»? Non sarebbe meglio il termine «gentili»? Infine, per quanto la bibliografia sia ampia e internazionale, paradossalmente è avara di titoli italiani dove si trovano contributi interessanti soprattutto in ordine all’esegesi narrativa di alcuni dei passi commentati. Ciò tuttavia non sminuisce per nulla un’opera davvero magistrale.

Matteo Crimella – Facoltà Teologica di Milano