Esperienza e Teologia - Rivista di approfondimento teologico e pastorale dello Studio Teologico San Zeno e dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona


Numero 25

Gennaio - Dicembre 2009
Persona: genealogia, percorsi e posta in gioco
Tra individualismo e comunitarismo (I)

 

 

Introduzione

Dalla terza alla prima persona
Giuseppe Accordini (pp. 5-10)

 

Studi

Dall'identità ricevuta alla stima di sé acquisita:
indicazioni di un percorso formativo

Amedeo Cencini (pp. 11-34)

La persona adulta alle prese con la
costruzione della propria singolare identità

Daniele Loro (pp. 35-50)

Dall'Es all'io
Il cammino rischioso di maturazione della persona alla luce della psicoanalisi

Arnaldo Petterlini (pp. 51-73)

L'inammissibile "società degli individui":
violenza e imitazione in René Girard

Emanuele Morandi e Adalberto Arrigoni (pp. 75-100)
(il paragrafo 1 è di Emmanuele Morandi; i paragrafi 2 e 3 e 4 sono di Adalberto Arrigoni)

Identità plurale
Hannah Arendt: per un pensare e un agire «politico»

Roberto Vinco (pp. 101-122)

Compiere la nascita:
mettersi/trovarsi al mondo di continuo

Lucia Vantini (pp. 123-137)

 

Vita degli Istituti

Chronicon (2008-2009)
Luca Merlo (pp. 139-141)

 

 

 

 


INTRODUZIONE


Dalla terza alla prima persona (*)

 

di Giuseppe Accordini


(full text)



 

Nel 1983 P. Ricoeur rende omaggio al carisma di un pensatore amico, maestro di ricerca ed educatore, come E. Mounier (1), che lo aveva coinvolto nel suo progetto sul personalismo. Riconoscendone il valore storico trasversale per molte discipline e quello specifico per la filosofia, si affretta a ringraziarlo e nello stesso tempo a congedarlo scrivendo un breve, ma tagliente saggio, raccolto in Lectures. 2. La contrée des philosophes (2), dal titolo: Muore il personalismo, ritorna la persona.

Il Novecento, si sa, è il secolo breve che ha concluso la sua corsa completando in un modo un po' ripetitivo e malinconico una serie di funerali: quelli del sociale, del politico, della religione, di Dio, del padre, della famiglia e anche della persona. In Francia del resto M. Foucault, pensatore orientato alla bio-politica e alla bio-antropologia, dialogando in modo intenso con G. Deleuze e con M. Blanchot, fa coincidere la morte della persona, cioè della prospettiva di prima persona, con la fine del pensiero cristiano medioevale e della sua grande narrazione millenaria.

La ricostruzione genealogica di questa vicenda conferma la coincidenza tra l'ascesa e il tramonto del pensiero personalistico teologico e di quello occidentale della persona. La fine del cristianesimo nella modalità medioevale trascina con sé contestualmente anche il dissolversi del concetto spirituale di prima persona. Questa figura, che danza sulla sabbia, secondo M. Foucault è destinata dunque ad essere inesorabilmente cancellata dalla scena culturale con la fine dell'egemonia politica ed ecclesiastica cristiana, continuando a restarvi impressa solo come una pura traccia, come una indecifrabile struttura assente, cioè come una fragile orma stampata sulla sabbia del mare e destinata ad essere velocemente cancellata (3).

Collocato in questo contesto genealogico il semantema in parola, ossia il dispositivo personale, non può certo essere dedotto da un principio astratto metafisico, logico o epistemologico, né può esser ridotto al dato biologico o essere confuso con il corteo di metafore, un po' vive e un po' morte, che costituiscono la sostanza profonda del linguaggio ordinario (4). Persona è innanzitutto un evento complesso, enigmatico e misterioso, di matrice teologica, radicalmente aperto nella dinamica viva della comunicazione culturale occidentale da entrambi i lati del tempo: quello protologico dell'origine e quello escatologico della destinazione, aspirante in ogni caso a una possibile e duratura trascendenza.

La forza originaria del dispositivo si esprime all'origine nella forza innovativa e trasgressiva di una parola che riesce a performare quella realtà importante e inedita a cui rinvia e di cui costituisce una metafora assoluta, variabile e in ultima istanza irrinunciabile, istituendone l'unico linguaggio adeguato a dirla (5).

Il concetto di persona singolare, individuale, spirituale, come noi lo conosciamo dalla filosofia e dalla teologia cristiana, non trova spazio nel pensiero greco classico e nella meditazione di Platone, di Aristotele o di Plotino, a cui esse attingono. La fonte ebraica conosce in abbozzo la realtà personale unitaria, l'emergenza dell'irrepetibile, dell'unico e quindi di ciò che è candidato ad un destino trascendente, che però solo con l'incontro con la tradizione romana e cristiano-medioevale arriverà a maturazione, cioè ad una sintesi ricca e tuttora insuperata.

Parlando dell'uomo in un contesto greco si continuava a oscillare tra l'anima e il corpo, tra il singolare e l'impersonale e in un contesto ebraico-cristiano tra la carne, il soffio e lo spirito. L'individualità scoperta e difesa in linea di principio dall'ebraismo e dal cristianesimo rischiava però di soccombere per mano cristiana in un orizzonte culturale comunitaristico e totalizzante (6). Se da un punto di vista filosofico le tappe miliari di questa emergenza irreversibile sono state la definizione di S. Boezio: persona è sostanza individuale di natura razionale e quella di Riccardo di San Vittore: persona è esistenza individuale di natura razionale, raffinata infine in quella di persona come ultima solitudo di D. Scoto (7), l'oscillazione antropologica tra l'esistenza anonima tradizionale e l'esistente storico singolare si è risolta nella deriva dualista, biologica o spiritualistica, o nel monismo dell'epistemologia illuminista e delle neuroscienze contemporanee. Inattuale e profetica può essere invocata con valenza retrospettiva l'intuizione profetica scagliata in avanti dal vangelo apocrifo copto di Tommaso, all'inizio del cammino dell'occidente, dove si annuncia la prossima venuta del Regno di Dio con questi termini antropologici e programmatici: «Il regno di Dio verrà quando di due parti ne farete una, quando farete la parte interna come l'esterna e l'esterna come l'interna» (8).

Il contesto in cui prendono forma i contributi di questi due fascicoli su persona, individuo e identità è quello di un lavoro interdisciplinare umanistico, filosofico e scientifico a servizio della teologia attuale e postconciliare. Spesso nella nostra tradizione occidentale, in cui la filosofia e la teologia cristiana si muovono, le figure sintetiche e programmatiche più comuni della verità, come essere o persona, sono anche quelle più fruste e meno controllabili, cioè più ripetitive, meno affidabili e meno significative. Il rischio che si corre in questi casi è quello di batter l'aria o di incrementare e confermare una confusione di cui non si sente proprio l'esigenza. Il semantema persona, pertanto, si presta e necessita di una messa a punto rigorosa, complessa e interdisciplinare, da realizzarsi in un contesto di collaborazione approfondita e di confronto appassionato tra le diverse competenze in campo e che non esclude un responsabile, faticoso e necessario conflitto delle interpretazioni.

Ognuno dei contributi, presentati nelle due parti di questa ricerca, restando fedele alla competenza specifica, accetta dunque la scommessa e il confronto delle diversità, in vista di una meta comune e dell'opportunità di poter illuminare in modo convergente l'enigmatica e misteriosa realtà personale da cui veniamo.

Se la realtà personale è un'esperienza, un evento dalle mille risonanze e dall'imprevedibile storia degli effetti, conviene dunque sondare con attenzione e rigore il senso di questo dispositivo di lungo periodo, di questa metafora assoluta, eccedente ogni pretesa concettuale. Per molto tempo il concetto di persona ha favorito una divaricazione tra l'intelletto da una parte e la volontà, l'emotività e la vitalità biologica dall'altra. E se è vero che la persona con S. Agostino è un concetto innanzitutto relazionale (9), che rinvia all'Autore divino da cui proviene e in cui si riconosce, la contrapposizione tra ciò che è spirituale e ciò che è sensibile o biologico sopravvive a S. Agostino e attraversa in mille modi anche lo stesso pensiero innovativo di S. Tommaso e la modernità (10).

Usando la genialità della parabola, un racconto di Kafka (11) evoca tutti questi registri in un sol colpo e in modo dinamico, contrapponendo la figura del terzo, cioè dell'egli, alla dialettica secca e binaria dell'io e del . La parabola dell'uomo che cerca di anticipare la totalità dell'esistenza nell'istante dell'io si sviluppa quindi con difficoltà, ma anche con decisione secondo il registro narrativo che prevede queste scansioni: passaggio dall'impersonale all'oggettivo, al soggettivo, fino alla reciproca correlazione (12). L'emergere della prima persona contrasta con la riduzione della realtà umana a corpo, a macchina, a res extensa, ma anche con la riduzione della persona alla solipsistica e narcisistica res cogitans. La fallita riconciliazione occidentale tra il corpo e l'anima, la materia e lo spirito, l'interno e l'esterno, il visibile e l'invisibile viene denunciata e ripensata in modo radicalmente innovativo dalla fenomenologia filosofica e dalle scienze descrittive che ad essa si ispirano. Facendo leva sulla centralità del corpo, sulla verità e realtà del dono e sull'intenzionalità soggettiva e intersoggettiva, essa tenta di esorcizzare l'esito tragico e prevedibile di un individuo ripiegato su di sé, smarrito, chiuso alla sua originaria reciprocità comunicativa e quindi condannato al nichilismo.

La frattura tra la materia e lo spirito può essere ricomposta solo favorendo il passaggio dall'orizzonte impersonale, alla struttura di terza persona, alla realtà di prima persona (13). Il percorso può partire dall'alto verso il basso o viceversa, dall'interno verso l'esterno o viceversa, favorendo in ogni caso una reditio completa del biologico o del vitale alla coscienza e all'autocoscienza spirituale e libera. Quello che colpisce in questi tentativi contemporanei (14) è il coraggio con cui il dispositivo concettuale e la realtà personale vengono messi alla prova delle scienze umane e delle domande culturali emergenti nei territori di ricerca più diversi. Se alcuni si azzardano a negare la centralità e l'unicità spirituale del fenomeno umano, sempre più numerosi sono quelli che desiderano illuminarne l'eccezionalità immergendolo fino in fondo nella continuità della vita.

Il tempo è un eccezionale marcatore delle somiglianze e delle differenze della vita intesa come radice unica che porta una realtà irriducibilmente plurale. Il tempo ripetitivo in biologia diventa parzialmente irreversibile già nella storia contingente della natura, della fisica e irrompe con tutta la carica di singolarità, creatività e irripetibilità spirituale e libera nell'etica, nell'arte e nella religione umane (15). Il salto dall'impersonale della natura inanimata alla terza persona, presente già nel contesto biologico, fino alla prima persona del mondo spirituale e libero resta dunque un'ipotesi presente già nelle scienze fisiche e biologiche che si interessano dell'uomo e che custodiscono fin dall'inizio un segreto: la possibilità di una chiamata alla libertà creativa e responsabile latente in un progetto di vita lungo e rischioso che è in cammino verso l'autocoscienza e che quindi non ha solo valenza proiettiva o costruttiva, ma anche rivelativa e ricettiva, presupponendo e attendendo la sua maturazione in un compimento donato.


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(*)  L'introduzione presenta unitariamente il tema sviluppato in due gruppi di contributi, raccolti nei numeri di «Esperienza e Teologia»: 25/2009 e 26/2010.

(1)  E. MOUNIER, Rivoluzione personalista e comunitaria (1932), Ecumenica, Bari 1984.

(2)  P. RICOEUR, Meurt le personnalisme, revient la persone, in ID., Lectures. 2. La contrée des philosophes, Seuil, Paris 1992 (1983), 195-202.

(3)  M. FOUCAULT, Storia della follia nell'età classica, BUR, Milano 1979. ID., L'archeologia del sapere, BUR, Milano 1980.

(4)  F. NIETZSCHE, Su verità e menzogna in senso extramorale, Bompiani, Milano 2006, 87-90.

(5)  H. BLUMENBERG, La legittimità dell'età moderna, Marietti, Genova 1992. ID., La realtà in cui viviamo, Feltrinelli, Milano 1987. ID., Il futuro del mito, Medusa, Milano 2002.

( (7)  E. PEROLI, Essere persona. Le origini di un'idea tra grecità e cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2006.

(8)  Vangelo di S. Tommaso, 22, trad. it. a cura di L. Morali, in Apocrifi del Nuovo Testamento, 1, UTET, Torino 1975, 487.

(9)  J-L. MARION, Au lieu de soi. L'approche de Saint Augustin, Puf, Paris 2008.

(10)  L. R. BAKER, Persone e corpi. Un'alternativa al dualismo cartesiano e al riduzionismo animalista, Bruno Mondadori, Milano 2000.

(11)  H. ARENDT, La vita della mente, Il Mulino, Bologna 1987, 297.

(12)  H. BERGSON, Saggio sui dati immediati della coscienza, in ID., Opere 1889-1996, Mondadori, Milano 1986, 134. P. RICOEUR, La memoria, la storia, l'oblio, Cortina, Milano 2003.

(13)  Responsabilità di fronte alla storia. La filosofia di E. Levinas tra alterità e terzietà, a cura di M. Durante, Il Melangolo, Genova 2008.

(14)  K. RAHNER, Lo spirito nel mondo, Vita e pensiero, Milano 1989.

(15)  E. BONCINELLI, Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell'anima, Laterza, Bari-Roma 2003. J.P. CHANGEUX – P. RICOEUR, La natura e la regola, Cortina, Milano 1999.

 

 

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Dall'identità ricevuta alla stima di sé acquisita:
indicazioni di un percorso formativo

di Amedeo Cencini


(full text)



 

Sommario

L'identità – sul piano psicologico – è un concetto, o la percezione astratta della propria unicità-singolarità-irripetibilità, di ciò che ne costituisce la dignità e amabilità; la stima di sé, invece, è una sensazione esperienziale soggettiva, o la lettura che di fatto il soggetto fa di sé e del suo cammino storico, teso tra positività e negatività. Tale stima, come giudizio sostanzialmente e stabilmente positivo di sé, è essenziale per l'equilibrio psicologico, ma è possibile solo a partire dalla percezione della propria dignità radicale, in sé incancellabile, e dal progetto coerente di darle compimento. Dipende, dunque, dalla sensibilità soggettiva, o da ciò che il singolo ritiene importante per sentirsi… importante, ovvero significativo e positivo. In realtà, un individuo potrebbe avere una teorica identità positiva (magari legata alla propria vocazione), ma con una bassa stima di sé, perché costruita, quest'ultima, su realtà e ambizioni che non corrispondono all'oggettiva sua dignità e che dunque non gli potranno mai dare la certezza definitiva della sua positività. Il presente articolo intende analizzare esattamente il rapporto tra identità e stima, per poi indicare un possibile percorso unitario di costruzione della stima di sé basato sulla propria identità. Percorso decisivo, poiché nessuno può vivere bene con una percezione negativa di sé.

From identity received to self-esteem acquired
The identity, psychologically, is a concept, or the abstract perception of our oneness-singularity-uniqueness, of what constitutes dignity and kindness; self-esteem, on the contrary, is a subjective experiential feeling, or the reading that the subject in fact makes of himself and of his historical journey, stretched between positivity and negativity. As a substantially and durably positive judgment of ourselves, this estimate is essential for our psychological balance, but it’s possible only starting from the perception of our radical dignity, ineradicable in itself, and from the coherent project that fulfils it. It depends, therefore, on the subjective feelings, or on what the individual believes it’s important to feel... important, namely significant and positive. Actually, an individual may have a theoretical positive identity (perhaps linked to his vocation), but with a low self-esteem, because it is built on realities and ambitions that don’t correspond to his objective dignity and therefore these won’t ever be able to give him the definite certainty of its positivity. This article aims to analyse exactly the relationship between identity and self-esteem, and then to indicate an uniform path of building our self-esteem based on our identity. A decisive path, since no one can live well with a negative self-perception.

 

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La persona adulta alle prese con la
costruzione della propria singolare identità

di Daniele Loro


(full text)



 

Sommario

L'articolo parte da una breve riflessione sul tema dell'identità, considerato come una questione oggi particolarmente importante, non solo dal punto di vista sociale ma anche e forse soprattutto dal punto di vista culturale, con l'obiettivo di chiarire quali potrebbero essere i contributi della riflessione pedagogica e della pratica educativa nella ricerca della soluzione di tale problema. Nel caso specifico, il ruolo della riflessione pedagogica potrebbe essere quello di indicare la presenza di una via diversa da quella teoretica, per la ricerca da parte di un adulto della propria identità e quindi del proprio essere persona; una via che privilegia la riflessione sull'esperienza di vita che segna inevitabilmente l'esistenza di ogni adulto. Nella parte centrale e finale dell'articolo, l'autore propone per gli adulti un itinerario educativo incentrato sulla ricerca della propria interiorità, intesa come luogo esistenziale privilegiato per affrontare il tema dell'identità e comprendere il valore che è insito in essa. In tal modo si pongono le premesse, secondo l'autore, perché l'adulto possa pervenire ad una più ampia e convinta comprensione del significato dell'essere non solo un "individuo" ma anche e soprattutto una "persona".

The adult struggling with the construction of his own and unique identity
The article begins with a brief reflection on the identity theme, considered today as a very important matter, not only from the social point of view but also and perhaps especially from a cultural point of view, with the aim of clarifying what could be the contributions of the pedagogical reflection and the educational practice in finding solutions of this problem. In this particular case, the pedagogical reflection’s role might be the indication of the presence of a way different from the theoretical one, for the adult research of his identity and then of his being person; a way that favours the reflection on the life experience that inevitably marks the existence of any adult. In the central and final part of the article, the author proposes for the adults an educational itinerary, focused on the research of our inner being, understood as a privileged existential place to address the issue of identity and understand its value. According to the author, in this way the foundations are laid so that the adult can reach a wider and more convinced understanding of the meaning of being, not only an "individual", but also a "person".

 

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Dall'Es all'io
Il cammino rischioso di maturazione della persona alla luce della psicoanalisi

di Arnaldo Petterlini


(full text)



 

Sommario

Verso la fine del suo travagliato percorso teorico, Freud riconosce nella psiche della persona tre fondamentali istanze o strutture: l'Es, luogo dell'Inconscio e delle sue cieche pulsioni, il Super-Io, definito da Freud come l'erede del complesso edipico con il ruolo di coscienza morale, di giudice e censore nei confronti dell'Io. Quest'ultima struttura - l'Io - ha il compito, arduo e assai spesso conflittuale, di sostituire il principio di piacere, incontrastato dominio dell'Es, col principio di realtà e inoltre di arginare, con la sua “ragione e ponderatezza”, le esigenze talora crudeli del Super-Io. Il compito è sinteticamente scolpito nella famosa frase freudiana: «Dove era l'Es, deve subentrare l'Io». Compito mai concluso, poiché l'Io – secondo Freud – è costantemente impegnato sia a sottrarre terreno all'espropriazione archeologica spersonalizzante dell'Es, sia a ricondurre l'espropriazione teleologica dell'illusione religiosa nel suo significato reale, trasformando e risolvendo, come già Feuerbach – e, per la pars destruens, lo stesso Karl Barth – la teologia in antropologia.

From Id to Ego
Towards the end of his troubled theoretical path, Freud recognizes in the individual’s psyche three fundamental instances or structures: the Id, the place of the Unconscious and of its blind instincts, the Superego, defined by Freud as the heir of the Oedipus complex with the role of moral conscience, judge and censor towards the Ego. This structure - the ego - has the task, arduous and very often conflicted, to replace the pleasure principle, unchallenged domination of the Id, with the principle of reality and also to stem, with its "reason and thoughtfulness" the sometimes cruel needs of the Superego. The task is briefly carved in the famous Freudian sentence: «where Id was there ego shall be». A never-ending task, since the ego - according to Freud- is constantly occupied both to steal ground to the archaeological expropriation that depersonalise the Id, and to bring back the teleological expropriation of the religious illusion in its real meaning, transforming and solving, as Feuerbach at the time - and, for the pars destruens, same thing Karl Barth - the theology in anthropology.

 

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L'inammissibile "società degli individui":
violenza e imitazione in René Girard

di Emanuele Morandi e Adalberto Arrigoni *


(full text)



 

Sommario

Il breve contributo intende esplorare da una parte la forza e l'efficacia della scoperta girardiana relativa alla connessione tra violenza e origine della cultura, e dall'altra i limiti che la teoria girardiana porta in sé, soprattutto quelli che riguardano la connessione tra il sacro e l'evento sacrificale cristiano. Il sacro, infatti, è di gran lunga più originario rispetto ad un suo strumentale utilizzo per occultare la violenza mimetica. Pensiamo che solo focalizzando questo intrinseco limite, la "scoperta" girardiana diventa capace di interpretare "correttamente" molti degli elementi che caratterizzano l'azione eucaristica del Mistero cristiano.

* Il paragrafo 1 è di Emmanuele Morandi; i paragrafi 2 e 3 e 4 sono di Adalberto Arrigoni.

The impermissible "society of individuals"
The brief contribution wants to explore on the one hand the strength and effectiveness of Girard's discovery on the connection between violence and origin of culture, and on the other hand the limits the Girardian theory carries with it, especially those concerning the connection between the sacred and the Christian sacrificial event. The sacred, in fact, It’s far and away more original than its instrumental use to hide the mimetical violence. We think that only by focusing this intrinsic limitation, the Girardian "discovery" becomes capable of “correctly” interpreting many of the factors which characterize the Eucharistic action of the Christian Mystery.

 

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Identità plurale
Hannah Arendt: per un pensare e un agire «politico»

di Roberto Vinco


(full text)



 

Sommario

Tra i tanti temi che ritroviamo nelle opere di Hannah Arendt, quello della "identità" è forse il filo conduttore della sua vita e del suo pensiero. Un "io" concepito come "unico e irrepetibile", ma sempre e comunque "plurale". Anche se è difficile parlare di una sua "identità" ben definibile, della sua radice ebraica ha conservato il suo interpretare la vita come un continuo"esodo", un camminare sempre "sulla soglia", preferendo i sentieri rischiosi del pensiero autonomo e libero. Per la Arendt il vero dramma dell'uomo, la vera "banalità del male" è il "non pensare". L'avvento del totalitarismo nasce proprio dall'annientamento dell'individuo attraverso l'indottrinamento ideologico. Eichmann era soltanto una persona che aveva rinunciato a "pensare con la sua testa". Per uscire da questa situazione, secondo la Arendt, l'unica strada possibile è quella di "ri-partire dalla politica". Una politica intesa come "prendersi cura", come "agire plurale" per salvare i frammenti delle storie di ognuno e per far sì che tutti, donne e uomini, possano realizzare il loro "abitare la terra". Il vero miracolo è "in-cominciare".

Plural identity Hannah Arendt
Among the many themes we find in the works of Hannah Arendt, the one about the "identity" It’s maybe the common thread of her life and thought. An "Ego" imagined as "unique and unrepeatable", but always "plural". Although it’s hard to talk about a well-defined "identity”, from her Jewish roots she preserved the interpretation of life as an ongoing "exodus", a walk always "on the threshold", preferring the risky paths of the autonomous and free thinking. For Arendt the real drama of man, the true "banality of evil" is "not thinking." The advent of totalitarianism is born exactly from the annihilation of the individual through the ideological indoctrination. Eichmann was only a person who gave up on "thinking with his head". To get out of this situation, according to Arendt, the only possible way is to "re-start from the politics." A politics intended as "taking care", as a "plural acting " to save the fragments of the stories of each one and to ensure that everybody, women and men, can realize their "inhabit the earth." The real miracle is "starting."

 

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Compiere la nascita:
mettersi/trovarsi al mondo di continuo

di Lucia Vantini


(full text)



 

Sommario

Riconoscersi come singolarità dal nome proprio è una necessità della vita: prima o poi, si è rinviati a questa domanda di senso. Segnata dalle differenze del contesto, è forse, nella sua urgenza, sempre la stessa. Non c'è ovviamente una risposta univoca e definitiva, perché un'identità è un processo in cui la nascita compare certamente come fatto puntuale, ma continuamente rinnovato e riscritto, soprattutto dopo le varie esperienze di squilibrio che ci coinvolgono. Quel che si può dire, comunque, è la dialettica tra attività e passività che attraversa il riconoscimento di sé, costruito con la fatica del pensiero e della memoria, ma altresì offerto senza intenzione, come l'imprevisto dell'io che emerge dalla storia. Due pensatrici del Novecento, Hannah Arendt e Maria Zambrano, mostrano i due lati costitutivi di questa continua rielaborazione della nascita, che diviene tuttavia guadagno filosofico ed esistenziale solo all'interno di un fiducioso senso del possibile.

Make the birth
Identifying ourselves as a singularity through our name is a necessity of life; sooner or later, we have to face this question of meaning. Marked by the differences in context, in its urgency it’s maybe always the same. There is obviously no single, definitive answer, because an identity is a process in which the birth certainly appears as a precise reality, but continually renewed and rewritten, especially after the various experiences of imbalance that affect us. What we can say, however, it’s the dialectic between assets and liabilities through the recognition of ourselves, built with the effort of thought and memory, but also offered without intention, as the unexpected ego that emerges from history. Two thinkers of the 20th century, Hannah Arendt and Maria Zambrano, show two constitutive sides of this continuous birth’s reworking, which however becomes philosophical and existential gain only within a confident sense of the possible.

 

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