Esperienza e Teologia - Rivista di approfondimento teologico e pastorale dello Studio Teologico San Zeno e dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona


Numero 17

Luglio – Dicembre 2003
"Chinare il capo"
Contributi per una antropologia e teologia del limite umano

 

 

 


INTRODUZIONE


"Chinare il capo"

di Andrea Gaino


(full text)



 

"Chinare il capo" è l'espressione che abbiamo scelto per indicare il tema di questi studi sul limite umano.

L'immagine fa riferimento al momento della nascita, nel quale il bambino viene al mondo proprio attraverso questo movimento. Nel momento del parto si prepara, si mette in posizione, con la testa in giù, "china il capo" lo flette per incanalarsi e solo così nasce, facendo ad un tempo esperienza di resistenza, sforzo, abbandono… Questa immagine che caratterizza la nascita si ripresenta poi sotto differenti aspetti nell'arco di tutta la vita in cui molte situazioni ci fanno sperimentare la durezza della realtà, la sua "resistenza" che segnala il nostro limite e ci sollecita a prendere posizione a riconoscere la nostra misura in relazione ad esso. Impariamo a vivere affrontando la realtà alternando "resistenza e resa" fino all'ultimo atto, quello del morire, che più di ogni altro ha la sembianza del "chinare il capo".

Proprio questa espressione è scelta dall'evangelista Giovanni per indicare il morire di Gesù al culmine del suo percorso umano: "Gesù disse: è compiuto. E chinato il capo rese lo spirito" (Gv 19,30). L'espressione può essere assunta allora anche per indicare la prospettiva teologica che porta a considerare il limite umano come luogo in cui Dio stesso ha scelto di manifestarsi.

Con l'immagine non intendiamo dunque evocare atteggiamenti remissivi, di rassegnata sottomissione, di cedimento di fronte a qualsivoglia autorità, ma piuttosto intendiamo alludere alla logica sottostante l'essere al mondo proprio della creatura umana. "Chinare il capo" nel senso di "acconsentire" è un atteggiamento che si impara nel lungo processo del maturare umano, contiene tutta la sapienza di chi ha imparato a riconoscere la ricchezza della vita mediando acquisizioni e perdite, vedendo crescere la disponibilità della propria libertà perché ha vinto la paura della perdita educandosi ai necessari distacchi.

Da qui parte l'analisi del limite umano nei suoi diversi significati, entro le molteplici esperienze che ne fanno prendere coscienza, secondo le differenti dimensioni che lascia intravedere. Vuole essere un approccio non pregiudicato dalle precomprensioni che solitamente accompagnano la parola "limite" connotandola subito in senso negativo; vogliamo piuttosto investigare questa esperienza per farne emergere luci e ombre, per riconoscerla come luogo privilegiato per cogliere il "proprio" dell'esperienza umana e, al tempo stesso, come ambito adeguato al manifestarsi di Dio.

Le due prospettive, antropologica e teologica ci accompagnano perciò in questa indagine. La prima consente di andare fino in fondo alla domanda che il limite pone, la seconda sollecita sempre a considerare la questione da un punto di vista "altro", che senza togliere alla domanda tutta la sua forza di provocazione consente di collocarla in un orizzonte nuovo, che lascia intravedere aperture oltre ogni apparente scacco.

La serietà della domanda che la questione del limite porta con sé sta nella ambivalenza della parola o meglio dell'esperienza a cui rimanda: la finitezza propria del vivere umano. Questa condizione rimanda alla misura delle proprie forze, ma proprio mentre segna il confine rende capaci di guardare al di là, consente di riconoscerci aperti ad un possibile incontro che viene da questa ulteriorità segnalata dal limite. L'ambivalenza sta a dire che il limite non si presenta affatto come realtà ovvia, ma porta con sé una domanda che sollecita sempre una presa di posizione: solo così se ne riconosce il senso e si stabilisce la conseguente modalità nell'affrontarlo. L'ambivalenza del limite può allora custodire la verità del vivere umano che non appare nella forma compiuta, ma piuttosto nella modalità del compito da attuarsi.

Si tratterà poi di riconoscere come va affrontato questo compito. Per alcuni sembra assumere la forma della sfida titanica di attacco o difesa contro forze avverse che sempre minacciano le frontiere pronte a ogni forma di devastazione, o che smorzano ogni velleità di apertura ricacciando negli angusti confini della propria finitezza. O ancora il limite appare come ostacolo ed ecco allora il compito di superarlo con l'atteggiamento di sfida che molto bene si accompagna al pragmatismo contemporaneo.

Ma il limite può essere visto anche come la soglia che segnala le differenze senza timore e custodisce la ricchezza reciproca. Ecco allora il compito di riconoscere il limite come ragione di incontro, di apprezzamento e riconoscimento reciproco, che tutela e matura l'identità. Il limite appare così luogo della conoscenza di sé, di svelamento dell'umano. In questa prospettiva non è più ostacolo da superare, ma esperienza da "abitare". Se è avvicinato così il limite si presenta come soglia del mistero e questo apparirà non più lontananza indecifrabile, ma piuttosto prossimità inesauribile che domanda accoglienza nell'atteggiamento dell'affidarsi.

Delirio di onnipotenza o senso del mistero: ecco l'alternativa che può nascere davanti al limite.

Investigare questa ambivalenza del limite e indicare gli atteggiamenti adeguati a viverlo umanamente è l'intento perseguito dagli studi che qui presentiamo: brevi saggi che portano ad approfondire qualche piccolo tratto di un percorso ben più ampio, anzi, inesauribile. Senza ambizione di completezza circa il tema, data l'ampiezza di prospettive che apre, in questo percorso cerchiamo semplicemente di offrire qualche spunto per una riflessione che riteniamo estremamente ricca e non eludibile, perché è concomitante al nostro vivere. Che il tracciato offerto sia per ciascun lettore un invito al cammino e uno stimolo alla ricerca.

 

 

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