Esperienza e Teologia - Rivista di approfondimento teologico e pastorale dello Studio Teologico San Zeno e dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona


Numero 12

Gennaio – Giugno 2001
"Prendersi cura"
I. Motivi e significati

 

 

 


INTRODUZIONE


"Prendersi cura". Interesse e urgenza per la propria umanità

 

di Andrea Gaino


(full text)



 

Mettere a tema il "prendersi cura", inteso anzitutto come "cura di sé", può sembrare un cedimento nei confronti di uno dei tratti più evidenti della cultura contemporanea: la forte tendenza ad un ripiegamento narcisistico. Venuta meno la risorsa delle ideologie, delle grandi visioni del mondo e della storia a cui potersi dedicare, l’uomo contemporaneo sembra sempre più ritirato nel privato, unico luogo in cui può dedicarsi a sé dal momento che l’apparato in cui vive non sembra averne una considerazione personale, ma semplicemente funzionale al mantenimento e accrescimento dell’apparato stesso (1).

L’accusa di prestarsi a questo "cedimento" potrebbe trovare forza anche in una lettura dell’ideale di vita cristiana in cui ogni attenzione a sé è vista come disvalore. Secondo questo "sentire" espressioni evangeliche quali "perdere la propria vita", "prendere la propria croce" … vengono lette come fondamento di un ideale di vita in cui dedicarsi agli altri può essere autentico solo nella dimenticanza, se non addirittura nel disprezzo, di sé. Nella stessa tradizione del pensiero cristiano non mancano prospettive che hanno contribuito a dar corpo a tale visione (2).

A fronte di queste prime impressioni appare necessaria una più approfondita indagine su un tema che "ha radici lontanissime […] e si sviluppa secondo forme e intenzioni differenti a seconda dei contesti e delle epoche" (3), accompagnando tutta la parabola percorsa dall’uomo occidentale nel determinare la propria fisionomia. Si giunge così a riconoscere che "la "cultura di sé", vale a dire un rapporto intensificato con se stessi, è una nozione tardoantica, e di qui, con diverso senso, trapasserà nel cristianesimo" (4), tanto che le stesse pratiche cristiane d’ascesi possono essere viste come "uno dei modi, storicamente determinati, del prendersi cura di sé"(5). Un ulteriore modalità della cura di sé va vista nella "svolta antropologica" che contraddistingue la modernità, e accompagna tutto il suo percorso dal sorgere dell’attenzione al soggetto, fino al dubbio sul suo sussistere nell’età della tecnica.

Se lo si avvicina nella sua ricchezza e ampiezza il tema del "prendersi cura" non può perciò essere confuso con una sorta di "cosmesi" della propria vita, con un ripiegamento narcisistico, rifugio ed evasione nei piccoli e sicuri spazi del privato per incapacità di pensare a orizzonti più ampi; non è nemmeno da ricondursi all’affanno che nasce in noi per i tanti problemi della vita di fronte ai quali appare tutta la nostra precarietà. Se siamo in grado di stare dentro il nostro tempo, di percepirlo ancora, nonostante tutto, come promettente è proprio perché siamo in grado di prenderci cura. La "cura", appare allora come la gioia e la fatica dell’uomo che nel tempo assegnatogli si sente chiamato a custodire la propria umanità, "essa comprende tutte le possibilità dell’esistenza in quanto sono vincolate con le cose e con gli altri uomini e sono dominate dalla situazione" (6).

A partire da queste prime impressioni e dei rilievi che le hanno accompagnate ci è parso utile approfondire il senso del "prendersi cura", per poter vedere se e come in questa categoria è racchiusa la memoria del cammino dell’uomo contemporaneo, se le fatiche e le derive che oggi incontra vengono da un eccesso di attenzione a sé o piuttosto dall’aver dimenticato di prendersi cura di sé.

Riconosciuta la fecondità del tema, era necessario intravedere una prospettiva di accesso; infatti, l’ampiezza e la ricchezza che lo contraddistingue è tale che "una ricognizione storica della "Cura di sé" è impossibile" (7), si può forse solo tentare di "delineare i tratti essenziali del prendersi cura, identificarne le ragioni, i modi, il carattere, darne una fenomenologia" (8). Anche rispetto a questa impresa più limitata la riflessione che intendiamo presentare si propone un obiettivo più modesto. Vuole essere semplicemente un invito a meditare su di un tema particolarmente fecondo, di cui riconosciamo tutta l’urgenza in un tempo in cui la "cultura dell’umanità" non appare affatto ovvia, a fronte di un sempre più invadente interesse per ciò che è immediatamente riconducibile al binomio produzione-consumo. Ancora, ci è parso importante ascoltare la parola del Vangelo, e la sua custodia nella tradizione cristiana, per vedere come qui è stata vista e maturata la cura di sé non solo perché pota a intravedere l’inganno di una superficiale lettura del Vangelo, ma anche perché sembra mostrare in questa categoria "laica" una risorsa per dire all’uomo d’oggi il valore evangelico dell’amore.

La riflessione che il tema ha stimolato ha permesso di raccogliere vari e diversi contributi che si è pensato di organizzare in due percorsi. In questo numero si cercano di delineare "motivi e significati" del prendersi cura. In prospettiva interdisciplinare si va a vedere attraverso la lettura di alcuni testi evangelici "provocatori", un saggio di lettura patristica, la testimonianza del pensiero filosofico, e una rilettura teologico-sistematica, come il "prendersi cura" sia promotore di un’autentica umanità.
Il dialogo ha aperto spazi per altri interventi che permettono di pensare come lo stesso tema sia rinvenibile in diversi "luoghi ed esperienze"; questo ulteriore sviluppo verrà raccolto in un prossimo numero della rivista.

 

NOTE

 

(1)  Cfr. U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999, in particolare § 49 "La funzionalità come forma dell’identità".

(2)  Basti pensare alla tradizione agostiniana che, a partire dalla concezione neoplatonica, tende a vedere in alternativa attenzione a sé e attenzione a Dio per cui "è Dio che deve essere amato, al punto che per amore di Lui, se è possibile, dobbiamo dimenticare noi stessi" (Agostino, Discorso 142, 3, in Discorsi sul Nuovo Testamento, 3,1, Città Nuova, Roma 1990, 355).

(3)  M. Focault, La cura di sé, Feltrinelli, Milano 62001, 48.

(4)  Focault, La cura di sé, 24.

(5)  S. Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1984, 212.

(6)  N. Abbagnano, Cura, in Dizionario di filosofia, UTET, Torino 1993, 208.

(7)  S. Natoli, Mesótes. Fenomenologia della "cura di sé", in Il libro della cura di sé degli altri del mondo, Rosenberg & Sellier, Torino 1999, 21-45, 21.

(8)  S. Natoli, Mesótes, 21.

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