Esperienza e Teologia - Rivista di approfondimento teologico e pastorale dello Studio Teologico San Zeno e dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose San Pietro Martire di Verona


Numero 7

Luglio – Dicembre 1998
Figli dell’unico Padre

 

 

Introduzione

Figli dell’unico Padre
+ Flavio Roberto Carraro, Vescovo di Verona (pp. 5-9)

 

In cammino verso il Padre
Ezio Falavegna - Enzo Biemmi (pp. 11-14)

 

Studi

La patrimaternità di Dio. L’antropologia teologica della paternità di Dio
Maria Cristina Bartolomei (pp. 15-36)

«Questo è il mio nome per sempre». Il nome di Dio, una risposta di salvezza (Es 3,13-15)
Marco Pasinato (pp. 37-53)

Quando pregate, pregate così...
Augusto Barbi (pp. 55-68)

Il Padre che allatta. La 19a Ode di Salomone
Cristina Simonelli (pp. 69-77)

«Ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12)
Giuseppe Laiti (pp. 79-96)

La preghiera liturgica al Padre
Luigi Girardi (pp. 97-112)

 

Note

Se non crederete non capirete
Giuseppe Accordini (pp. 113-119)

Annunciare Dio Padre oggi
Mario Masina (pp. 121-131)

Turoldo e il Padre: certezza e speranza
Elisabetta Zampini (pp. 133-137)

 

Esperienze

Essere padre per chi non ha padre. Riflessioni su una esperienza di affido
Roberto Vinco (pp. 139-147)

«Figli dell’unico Padre». Una proposta formativa per catechisti degli adulti
Emanuela Barbieri (pp. 149-154)

 

 

 

 


INTRODUZIONE AL TEMA

 

Figli dell’unico Padre


(full text)



 

1. Nell’introdurre il tema della rivista, mi sembra importante fermare l’attenzione sulla sorprendente novità del nostro essere "Figli dell’unico Padre" attraverso una breve lettura del passo evangelico che esplicitamente parla dell’amore al nemico: "Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli: egli infatti fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti" (Mt 5, 44-45).

L’imperativo di amare i nemici si trova nel contesto delle sei antitesi del Discorso della montagna: "avete inteso che fu detto ... ma io vi dico". Questo indica che l’amore al nemico segna la novità dell’agire cristiano, dove amare è molto di più del semplice perdono o del rifiuto di rispondere alla violenza con la violenza. "Amare" significa qui l’amore pieno, attivo, responsabile, solidale, preoccupato, che non attende di essere ricambiato per donarsi, non aspetta il ravvedimento del nemico per poi amarlo, perché lo si ama già prima.

Due sono le motivazioni che sorreggono l’imperativo dell’amore ai nemici: essere figli del Padre (v. 45) e mostrare la propria identità di discepolo e la propria appartenenza a Gesù (vv. 46-47).

 

2. La motivazione dell’amore ai nemici è resa qui con una finalità: "siate figli del Padre vostro"; Matteo lascia intendere che la filiazione trova la sua visibilità solamente quando il discepolo sa agire nella concretezza della propria vita secondo le modalità dell’agire misericordioso e provvidente di Dio. Un figlio si manifesta tale quando mostra le sembianze del Padre, quando nella sua vita, nei suoi atteggiamenti, si può riconoscere colui che lo ha generato come figlio. Il fondamento di questa espansione senza limiti della legge dell’amore si intravede nell’agire stesso di Dio. La Sua misericordia verso gli uomini porta il discepolo, che comprende e sperimenta tale agire di Dio, a vivere lo stesso atteggiamento di incondizionata apertura al prossimo.

In questa prospettiva tutto trova la sua unità di riferimento con l’essere ricondotto alla paternità di Dio, che genera la figliolanza e la fraternità degli uomini. La nuova unità di misura dell’amore che il credente è chiamato a vivere è quella data da Dio stesso e cioè il suo "amare" incondizionato, il superamento di ogni misura e di ogni limitazione restrittiva.

Dio manifesta la sua paternità nell’amare, in un amore che diventa rispettoso fin nei pensieri; in un amore che è fedeltà, cura della veracità, non violenza che rompe il cerchio della conflittualità umana e opera quella riconciliazione nella quale anche il violento è trasformato; in un amore senza misura e senza condizioni, che è totale gratuità e così si dirige anche a coloro che vivono nell’inimicizia. È questa la logica dell’agire di Dio, che deve diventare la logica e la misura di ogni nostra azione e del rapporto con il prossimo.

Amando i nemici e pregando per i persecutori si diventa così figli, attuando nella vita la figliolanza di colui che si è fatto misericordia e provvidenza per ogni uomo senza alcuna condizione ma con totale gratuità. Così l’espressione "affinché siate" non va intesa come intenzione o proposito, ma come comportamento già in atto, come fatto reale già compiuto nel passato e che si compie ora al presente.

Nell’atto stesso di aprirci ad un amore che non attende ricompense noi diventiamo più maturi e realizziamo pienamente la nostra umanità ad immagine dell’umanità del Figlio Gesù Cristo, e così diventiamo anche noi una umanità che sa vivere filialmente aperta al mistero di Dio-Padre e fraternamente aperta al mistero di ogni uomo-fratello.

 

3. Questa qualità dell’amore è resa ora possibile nella piena manifestazione di Dio che si ha nelle parole, nei gesti, nella vita di Gesù. In lui questa qualità di amore trova visibile concretizzazione, in lui Dio si manifesta come Padre che pienamente si dona all’uomo rendendolo così figlio. Tutta la vita di Gesù di Nazaret è una "trasparenza" storica, umana, di Dio: egli è in perenne ricerca dei poveri e dei peccatori, non fa differenze fra gli uomini, distribuisce a piene mani la Parola e il perdono. Nei gesti di misericordia di Gesù si fa presente la misericordia del Padre.

L’esperienza della paternità di Dio è vissuta e annunciata da Gesù nell’accoglienza incondizionata di ogni persona: anche coloro che sono esclusi dalla comunità a motivo della loro condizione di peccatori sono ora incontrati da Gesù (Mc 2,13-17); perciò nella proclamazione dell’avvento del Regno trova sempre spazio l’annuncio del perdono gratuito accordato da Dio (Lc 4,16-21). È, infine, la vita stessa di Gesù che nel suo culmine lascia trasparire il grande amore di Dio; il mistero pasquale è l’espressione piena dell’amore di Dio per l’umanità intera. Nella morte e resurrezione di Gesù riconosciamo la vera solidarietà con i peccatori: egli muore con i peccatori e come loro e, tuttavia, dà la vita per loro così che si manifesti la fedeltà del Padre e si apra per ogni uomo la possibilità di entrare in comunione con Lui.

 

4. Nella storia di Gesù, nella sua vita, l’amore di Dio trova il paradigma concreto che guida l’agire di ogni credente. In lui l’amore del Padre trova attuazione in precisi atteggiamenti e in concrete scelte di vita. Questo totale e incondizionato donarsi di Dio in Gesù mette il discepolo nella condizione di vivere una vita che sia anch’essa totale donazione di sé in risposta all’amore di Dio che egli ha accolto.

La radice autentica di un cammino credente sta in questa nuova realtà che il cristiano interiorizza: l’esperienza vissuta del suo rapporto con la paternità di Dio diventa la fonte che ispira il suo agire nei confronti del prossimo, con il quale vivrà così un autentico rapporto di fraternità nell’amore. Per Dio che si manifesta come Padre non esistono più nemici ma solamente uomini ai quali va indistintamente il suo amore: "egli fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi".

Nel porsi quotidianamente di fronte al prossimo, nelle scelte concrete che ciò comporta, il discepolo è chiamato a manifestare il volto paterno di Dio e fa questo agendo come fratello rispetto all’altro: viene eliminata la categoria di nemico, la conflittualità tra gli uomini e ci si pone di fronte agli altri solamente come persone da incontrare. Anche in coloro che ci appaiono ostili è possibile riconoscere l’amore del Padre e presentarsi a loro non erigendo barriere ma con un amore che abbatte ogni divisione e che così mette anche loro nella condizione di sperimentare l’amore con cui il Padre già li ha incontrati: anch’essi potranno in tal modo scoprire le potenzialità di una vita vissuta nell’amore.

Ogni autentico gesto di amore gratuito non è solo una "buona azione" ma diventa la nostra più vera realizzazione; quando viviamo questo amore, quando lo attuiamo in gesti concreti, veniamo realmente trasformati nel più profondo di noi stessi, realmente il Padre trova spazio nella nostra esistenza. Dire la paternità di Dio è capacità di incontrare i fratelli con quella disponibilità accogliente di chi guarda non a ciò che ci è dovuto, ma a ciò che noi possiamo ancora e sempre dare loro; è farsi solidali con l'altro che è nella colpa, prendersi cura di lui perché in questo amore solidale l'altro senta che è possibile vivere in modo nuovo.

Anche quando umanamente appare senza ritorno, non sembra riconosciuto o è addirittura contrastato, l’amore che diamo ha la sua autentica ricompensa nel dare sempre più spazio nella nostra vita all’immagine filiale che l’amore di Dio va tracciando sul nostro volto: qui si sperimenta la gioia vera del discepolo che vede realizzata in sé l’immagine del figlio, che ha conosciuto nel Figlio Gesù.

La stessa indeterminatezza dei nemici da amare lascia intendere la dimensione universale che l’amore assume. Essa non riguarda ambiti particolari della vita o categorie particolari di persone, è piuttosto una dimensione costante del nostro vivere: viviamo in modo autenticamente umano ogni relazione fraterna se questa è sostenuta da un atteggiamento di amore. Questo rompe la logica difensiva che spesso ci accompagna quando ci poniamo di fronte agli altri e rende capaci di vera disponibilità, condizione necessaria per intessere autentiche relazioni fraterne.

Ciò ci permette di essere significativi per gli uomini del nostro tempo, perché là dove si vive questa disponibilità comincia ad attuarsi l’uomo nella sua più alta qualità umana: "figlio del Padre che è nei cieli".

 

+ P. Flavio Roberto Carraro
Vescovo di Verona

 


In cammino verso il Padre

 

di Ezio Falavegna e Enzo Biemmi


(full text)



 

Ricupero o conversione?

 

Eccola rispuntare, autorevolmente proposta dalla Chiesa, la figura del "Vecchio dalla barba bianca" che ha nutrito la nostra fantasia di bambini quando stavamo a lungo con il naso all’insù scrutando la cupola delle nostre chiese parrocchiali: Dio Padre. Ci ha pensato la cultura di questi anni a mettere in crisi questa rappresentazione, a sottolinearne le ambiguità, a mettere a nudo le proiezioni psicologiche e sociali che ogni figlio d’uomo tende a proiettare nell’immagine "Dio Padre". Ma è molto probabile che, al di là e oltre i sospetti di una cultura e di una società che hanno "liquidato il padre", questa immagine continui a nutrire, con qualche inevitabile aggiustamento, l’immaginario di molti adulti appartenenti alla Chiesa.

Fa una certa impressione, pertanto, vedere la produzione di manifesti, volantini e programmi pastorali nazionali e diocesani che ricuperano nel proprio patrimonio artistico qualche dipinto del Padre come simbolo per l’anno pastorale in corso. Quanto è consapevole la comunità ecclesiale di questa doppia sfida (verso una cultura sospettosa, verso dei credenti da rieducare) contenuta in tali proposte? Si tratta di un ricupero nostalgico (artistico e catechistico) di un passato rifiutato o di un cammino in avanti?

No, certo, non può trattarsi di semplice restauro di dipinti sfregiati, ma di una radicale rivisitazione, di un cammino di ripensamento e di conversione che, secondo l’indicazione del Papa, deve portarci a riscoprire i tratti del volto paterno di Dio: "In questo terzo anno il senso del "cammino verso il Padre" dovrà spingere tutti ad intraprendere, nell’adesione a Cristo Redentore dell’uomo, un cammino di autentica conversione" (Tertio Millennio Adveniente, 50).

 

Il doppio rischio dell’immagine "Dio Padre"

 

La consapevolezza dei rischi legati a ogni discorso su Dio e raddoppiati quando al termine "Dio" si affianca quello di "Padre" deve essere molto acuta.

La rappresentazione "Dio" è certamente una delle più maltrattate dalla storia: in nome di Dio l’uomo ha operato le cose più belle e quelle più turpi, ha maturato atteggiamenti di dedizione e fratellanza, come pure di oppressione e violenza. È sempre una grande lezione di sapienza ripercorrere, a questo proposito, alcuni luoghi che sono stati teatro di guerra nelle nostre montagne e fermarsi a leggere le preghiere a Dio degli italiani e quelle degli austriaci, prima del massacro reciproco: entrambe si rivolgono a Dio, entrambe lo invocano dalla propria parte contro il nemico, entrambe lo chiamano in campo per proteggere le proprie donne, madri, mogli e sorelle. Da che parte stava Dio? Quale Dio?

Se poi al termine "Dio" si affianca quello di "Padre", la vigilanza deve essere ancora più grande. La critica psicoanalitica, l’approccio femminista alla Sacra Scrittura e in genere l’esegesi ci hanno a sufficienza messo in guardia rispetto ai trabocchetti di una rappresentazione radicata nell’immaginario personale e sociale, chiamata in campo spesso per coprire bisogni e giustificare posizioni. Se si potesse fare la radiografia dell’immaginario di un cristiano praticante, una domenica mattina in chiesa, si resterebbe probabilmente sorpresi. Si verificherebbe, ad esempio, che al momento del Credo tutti dicono: "Credo in Dio Padre onnipotente" e molti pensano: "Credo in Dio onnipotente", coltivando immagini di Dio precristiane.

È delicata l’immagine di Dio, perché da essa dipende la concezione della propria identità (servo, schiavo, figlio…), del rapporto con gli altri (si veda la parabola del fariseo e pubblicano, eloquente oltre ogni spiegazione), del compito della propria vita (un progetto prestabilito da applicare, un procedere lasciato al caso, una vita da inventare, un grazie da dire…), della preghiera (per catturare, per rabbonire, per disporsi…), del modo di stare al mondo della Chiesa.

 

La necessità di una riflessione teologica

 

L’itinerario del Giubileo, scandito sulla riscoperta della vocazione cristiana come cammino "per Cristo, nello Spirito, al Padre" è una grande opportunità per la comunità ecclesiale. L’anno dedicato al Padre costituisce un invito alla riscoperta dell’identità filiale e fraterna di ogni uomo.

Proprio per questi motivi è urgente che la riflessione teologica aiuti la pastorale e la catechesi ad assumere parole (verbali, relazionali, organizzative, istituzionali) che aiutino i credenti a riscoprire i tratti del volto paterno del Dio di Gesù Cristo e a testimoniarne la presenza e la provvidenza senza caricature e contraffazioni.

Tra il tacere e il parlare troppo, la teologia può aiutare la prassi cristiana a meditare e ad assumere parole sobrie e discrete per dire ciò che resta indicibile e per avviare ad un esperienza che sta dentro tutte le esperienze senza lasciarsi ridurre a nessuna di esse.

A questo proposito non può che preoccupare la doppia constatazione di una certa improvvisazione pastorale e di una qualità scadente della produzione di libri e sussidi sulla figura del Padre. Al di là di un’innegabile generosità e rettitudine di intenzioni, i progetti pastorali si riducono spesso a programmi e i programmi scadono in calendari: la nervatura formativa di un itinerario che deve essere di conversione si scioglie dentro iniziative che denotano movimento ma scarsa interiorità.

Proprio in vista di salvaguardare la qualità formativa e la serietà del confronto con le fonti normative della fede si situa la riflessione teologica proposta in questo studio. Si tratta di apporto interdisciplinare che mira a richiamare la sola cosa che siamo in grado di dire in modo sicuro su questo tema: "Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18).

Qualsiasi parola sul Dio Padre del Signore Gesù Cristo non può che scaturire dalla riflessione credente su quello che la storia ha con sorpresa conosciuto: il Padre ci ha donato il Figlio fatto uomo, e tramite il dono pasquale del suo Spirito ci permette di vivere da figli e fratelli.

Dentro questo argine, che è fondamentalmente un riconoscimento, l’apporto delle scienze umane non solo non costituisce una minaccia, ma si offre come prezioso aiuto a lasciarci costantemente raccontare da Gesù il volto del Padre suo e a rinunciare ogni volta a volerne definire i contorni, piegandolo ai nostri desideri. Lo sforzo dell’uomo, le sue ricerche non sono in grado di strappare Dio alla sua invisibilità. Solo il Figlio di Dio, proprio perché viene da Dio, è in grado di sollevarne il velo.

Se si vuole capire chi è Dio, qual è il volto di Dio Padre, e, nel contempo come cercarlo e dove trovarlo, occorre guardare a Gesù di Nazaret e alla sua storia. La sua persona è rivelatrice di Dio: "se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio" (Gv 8,19). È all’interno di un autentico cammino di riconoscimento e di discepolato che è, dunque, possibile comprendere che Dio, nella sua realtà più intima e profonda, ha i tratti della disponibilità, della donazione, dell’amore gratuito e incondizionato, della universalità, del servizio e della solidarietà. Nei "luoghi storici" in cui il discepolato vive è possibile accedere alla paternità di Dio: nella comunità radunata, nell’ascolto della Parola, nella frazione del pane, nella sequela, nel gesto della fraternità e dell’accoglienza.

I diversi contributi di questo studio ne danno ragione.

 

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